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Don Davide Banzato:I miei luoghi del cuore francescani

Riccardo Giacon

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Don Davide Banzato torna ad Assisi con il programma I Viaggi del Cuore. Il sacerdote padovano ci confida come è cambiata la sua vita nell’incontro con le persone più fragili.

Sorridente e con semplicità don Davide Banzato ha parlato in varie occasioni del suo percorso vocazionale, l’uscita dal seminario, il grido di ribellione “tutto ma prete mai” (che è il titolo di un suo libro), poi l’incontro con Chiara Amirante e la comunità Nuovi Orizzonti che segna una svolta.

Davide, a quanto pare da ragazzo non eri un tipo tranquillo?
Sin da bambino facevo domande su qualsiasi argomento. Ero attratto dal capire il senso della vita e dalla spiritualità. Mi sono sempre chiesto qual è il mio posto nel mondo. Pensavo a questo: la vita è una e non vorrei ad un certo punto voltarmi indietro e averla sprecata. Questo senso di ricerca e di curiosità è rimasto. Sono affascinato dalle cose nuove, da ciò che non conosco, dagli incontri con ogni persona, in particolare con quelli che sono in apparenza fragili e che per la società sono gli scartati. Invece, per me sono diventati la vera università da cui imparare.

Nel tuo libro “Tutto ma prete mai” racconti gli anni difficili in seminario. Che cosa è accaduto?
Sono vissuto in una famiglia che mi ha dato degli ottimi principi e valori. È una della mie più grandi fortune. In parrocchia partecipavo all’ACR e allo scoutismo. La mia è stata un’infanzia serena. Quel desiderio di capire cosa volessi fare della mia vita è stato intercettato dal seminario minore di Padova. Come tutte le realtà, la differenza la fanno le persone non le strutture. In seminario c’erano cose buone e altre che non andavano perché non erano al passo con i tempi. La regole erano molto rigide e la religiosità era imposta, senza un’attenzione alla giovane età dei seminaristi. Ad un certo punto, anche per il mio carattere un po’ ribelle, si è creata una frattura tra me e me, tra me e il mondo, tra me e Dio. Dopo due anni e mezzo sono arrivato a dire: Dio, d’ora in poi faccio quello che voglio e decido io cosa è bene e male nella mia vita. Se starò male riammetto l’idea che tu esista, se invece starò bene significa che di te non ho bisogno. E comunque tutto farò nella mia vita, tranne che il prete. Avevo chiuso con l’istituzione Chiesa. Tornato a casa ho rischiato, come tanti ragazzi finiti in bivi pericolosi. Alcuni miei amici sono caduti nell’uso droga, chi nell’alcol. Anch’io ero sul filo del rasoio.

Chi ti ha cambiato?
La persona che Dio ha usato per cambiare la mia vita è stata Chiara Amirante. È interessante come si incontra Dio: in tanti modi e ognuno ha la sua strada. Le esperienze dei mistici hanno la categoria del sogno (come per don Bosco), poi ci sono le rivelazioni private (come per santa Teresa del Gesù Bambino), mentre in via ordinaria Dio parla all’intelletto, al cuore e nell’anima dei singoli, e molto spesso nell’incontro con qualcuno.

Grazie a Chiara mi sono reso conto che per il mio orgoglio criticavo tutti, anche Dio e la Chiesa. Non mi rendevo conto che alla fine ero infelice non per colpa degli altri, ma perché ero io che dovevo fare delle scelte diverse. È il grande errore che facciamo nella nostra vita: incolpiamo gli altri, e questo è deresponsabilizzante. Chiara mi ha portato ad una responsabilizzazione grandissima, ponendomi delle domande su chi sono, cosa voglio, dove sto andando.

Che cosa ti ha colpito di Chiara?
Vedere la luce e la gioia nei suoi occhi mi ha fatto porre la domanda: “cosa ho di diverso da lei?”. È una persona come tutte le altre, dov’è il suo segreto? Quando mi ha detto che il segreto è provare a vivere il Vangelo, non ci credevo. Ma lei mi ha risposto: “Tu finora hai sentito il Vangelo, qualche volta ascoltato, ma provare a viverlo è un’altra cosa. Non è un libro come gli altri, ti cambia la vita nella misura in cui provi a viverlo”. Così ho fatto quell’esercizio che lei mi ha consigliato. Mi scrivevo sul palmo della mano una frase del Vangelo ascoltato quel giorno così che ad ogni campanella della ricreazione mi ricordassi di provare a viverlo. Poi alla sera facevo l’esame di coscienza. All’improvviso qualcosa è cambiato. Giorno dopo giorno in me è nata una pienezza, una gioia che non dipendeva più dai fattori esterni, ma era qualcosa di stabile, una gioia frutto dello Spirito dentro di me. La vera svolta per me è stata questa.

Ora sei sacerdote. Che bilancio fai di tutte queste esperienze?
La risposta è in una frase di san Paolo: “Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio”. Mi capita di incontrare e ascoltare tutti i giorni persone che hanno avuto vite molto più drammatiche delle mie. Se uno cerca Dio in modo sincero, ad un certo punto Lui è capace di utilizzare qualsiasi ferita per farne una feritoia d’amore e di luce. Grazie alla mia esperienza riesco ad essere più empatico, a capire chi ha vissuto gli stessi miei sentimenti, parlandoci si apre una breccia nel cuore. Non ho nessuna pretesa di insegnare niente a nessuno, la mia è una condivisione di esperienze.

Incontri molte persone: di che cosa hanno bisogno?
Il grande bisogno che vedo è di senso e di ascolto. Oggi c’è una solitudine crescente e smarrimento perché mancano degli obiettivi. Si è talmente disillusi di fronte alla vita, soprattutto tra i giovanissimi, che non ci si pongono più delle domande, si subisce la vita anziché viverla.

Come può la sofferenza aiutare le persone a riscoprire se stessi e Dio?
La sofferenza è inevitabile. Anche il male è un’evidenza: sant’Agostino diceva che nessuna vita è esente da prove, ma la prova presuppone la tentazione e quella ci dà anche l’occasione di chi vogliamo essere. Di fronte al male ci chiediamo come fa Dio, che è buono e amore, a permetterlo sia quando è frutto delle nostre scelte sbagliate sia di un bambino che lo subisce. Sono argomenti importanti e attuali come non mai tra pandemia, crisi economia, con 59 guerre e 800 conflitti nel mondo. Il male è anche frutto di strutture di peccato, scelte di male dei più.

Ci sono cataclismi naturali, la cui origine si può ritrovare in parte nelle nostre scelte, ma a volte sono fuori dal nostro controllo. A questo tema Chiara propone un percorso chiamato SpiriTherapy per non rimanere schiacciati dal dolore o dalla delusione, in cui guardare a Gesù come risposta al male. San Paolo dice “vinci il male con il bene”, in altre parole tu orientati a scelte di bene. Chiara nel suo ultimo libro racconta il dolore fisico, le malattie, i momenti difficili nella vita comunitaria che l’hanno portata a volte ad avere dubbi, a pensare di mollare. Come tutti. Dare un senso alla sofferenza è fondamentale. Una sua frase a questo riguardo è illuminante: “Non c’è nessuna preghiera più potente del dolore offerto per amore”. Ho ripetuto questa frase a persone ammalate che non possono fare nulla, come ad un mio amico completamente paralizzato. Per lui è stata una svolta. La sofferenza può entrare misticamente in una alchimia divina, quel dolore offerto per amore produce qualcosa. Se invece diventa un ripiegamento su di sé non produce niente, se non altro dolore.

Torni ad Assisi con il programma “I viaggi del cuore”. Che cosa mostri questa volta?
Attraverso questa trasmissione, nata nel 2016, cerchiamo di comunicare l’arte, la bellezza, la storia e la cultura. Sono aspetti che possono evangelizzare e portare, comunque, qualcosa di bello nel cuore delle persone. Assisi da questo punto di vista ha un patrimonio unico da offrire. I luoghi di Francesco sono posti che parlano a qualunque persona, di qualunque età, cultura o religione, anche ai non credenti, perché oltre la bellezza artistica, paesaggistica e culturale, trasmettono pace e permettono alla bussola del cuore dell’uomo di oggi di fermarsi e ritornare dentro di sé per riorientarsi.

Grazie alla collaborazione dei frati del Sacro Convento avremo accesso ad ambienti come la cappella di frate Elia, e nella Biblioteca potremo vedere il Cantico di frate Sole, il primo testo letterario in lingua volgare. La vita di Francesco è molto attuale. Anche lui ha lottato contro i “cattivi demoni” contro cui tutti noi lottiamo. Siamo alla ricerca “del demone della felicità”, che i greci chiamano “eudaimonia,” un talento da sviluppare, ma lottiamo dentro di noi con i demoni che ci portano fuori strada come vanità, potere, smania di successo e invece quelli in positivo sono l’amore e il dono di sé. Anche Francesco non ha magicamente cambiato la vita, ha fatto un percorso che oggi a distanza di otto secoli parla a tutti gli uomini del mondo. Inoltre in questo nuovo ciclo puntate visiteremo una missione in Kenya tra gli slam più poveri del mondo, toccando il tema del creato affrontando il tema del bracconaggio. Saremo in Turchia a Istanbul dove incontreremo una minoranza cattolica che porta avanti il dialogo ecumenico e interreligioso.

Qual è il tuo luogo del cuore?
Sono molto legato a La Verna, dove mi sono rifugiato molte volte nei tempi più importanti della mia vita. Poi viene Assisi perché ci venivo con mio padre che adesso non c’è più. Essendo padovano c’è il Santo di Padova: sostare e pregare davanti alla tomba del Santo è sempre per me una fonte di ricarica e di ristoro. Poi i luoghi mariani Medjugorje, Lourdes e Fatima. Ho avuto il privilegio di scoprire la Terra Santa che è un luogo del cuore per chiunque, un viaggio straordinario nel quinto Vangelo. Ma tutti questi posti devono portarmi a capire che il mio luogo del cuore è il cuore stesso. Per noi cristiani, come ci ha detto Gesù, tu sei il Tempio dello Spirito Santo: ovunque sei puoi pregare, aprire il cuore a Dio e Lui si manifesterà a te. Mi piace molto pregare nelle cattedrali a cielo aperto, in mezzo alla natura, ma anche nella mia camera. Chiudendo gli occhi ritrovo dentro di me il luogo del cuore in cui tutti gli altri luoghi si attualizzano.

Come ti trovi nel mondo televisivo da sacerdote?
Mi ritrovo nell’ambito comunicativo un po’ per caso. Ho scoperto di avere un dono di comunicare e l’ho messo a frutto. Ho avuto dei bravissimi professionisti che mi hanno aiutato a crescere nel tempo. Per me è essenziale farlo nell’obbedienza e dev’essere un servizio altrimenti non ha senso. Sicuramente i mezzi di comunicazione hanno una grande cassa di risonanza. Li considero un mezzo e non un fine, devo essere capace di non farmi usare da loro. Devo fare attenzione all’orgoglio, alla superbia e alla vanità, sono sempre lì al bivio. La mia fortuna è vivere in una comunità e in obbedienza. Ho fatto una scelta di dedicare in un mese qualche giornata alla comunicazione, per il resto del tempo la mia missione concreta è con i ragazzi. Occorre il giusto equilibrio.

Chi è adesso don Davide?
Rimango quel bambino che continua ad essere un po’ ribelle, e deve imparare a essere umile, e a guardare con semplicità alla vita e al Vangelo cercando di viverlo con più attenzione, con più radicalità possibile, e sempre in ricerca per capire cosa il Signore mi chiede. Perché comunque siamo sempre in cammino. I padri del deserto dicevano che chi non va avanti va indietro. Non si può stare fermi. Mi piace la frase di Gesù che dice: “Uno solo è il Maestro”. Mi sento come gli altri, in cammino. Siamo tutti suoi discepoli.

Don Davide Banzato è nato a Padova nel 1981. Sacerdote dal 2006, laureato in Teologia morale, risiede a Frosinone presso la comunità Nuovi Orizzonti, fondata da Chiara Amirante, della quale dal 2010 è assistente spirituale impegnato nell’ambito del recupero del disagio giovanile. Conduce il programma «I viaggi del cuore» per Mediaset.

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