fede

Opere di misericordia: visitare gli infermi

Antonio Tarallo

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Foto: Andrea Cova

Quaresima, periodo di meditazione, ma non solo. Chiaro, infatti, è anche l’invito all’azione: rivedere la propria vita alla luce del Vangelo e cercare di approfondire la nostra relazione con Dio. L’invito da parte della Chiesa di soffermarsi sulle “Opere di misericordia” nel periodo quaresimale è un invito sempre attuale. “San Francesco patrono d’Italia” vuole ripercorrere con i lettori proprio queste “opere” alla luce del mondo contemporaneo cercando di rispondere alla domanda: come possiamo viverle nel nostro oggi?

Fare visita o visitare è sinonimo di andare. Andare verso, dunque. E quando si va da qualcuno, verso qualcuno, si esce sempre da qualche luogo; può essere la nostra casa o il nostro ufficio di lavoro, ad esempio; oppure altro luogo. Ciò che conta è uscire per andare verso. Dunque, è il movimento a determinare quest’Opera di misericordia. Se mi muovo, esco; e se esco compio un’azione. Ed è proprio l’azione la parte più importante del “visitare gli infermi”: essere prossimi al fratello che soffre. Ma è solo movimento del corpo? Se fosse così, in fondo, non sarebbe poi così difficile. E’ qualcosa, invece, di più profondo: è a un movimento del cuore che siamo chiamati come cristiani, come essere umani. Andare a visitare qualcuno “infermo” senza muovere il cuore, risulterebbe quasi un’azione inutile. Farsi prossimo è proprio questo: essere partecipi di quella sofferenza e cercare di alleviarla. La prima immagine - colta nel nostro quotidiano, nel mondo che ci circonda - che ci potrebbe venire in mente è sicuramente una: il medico, figura per eccellenza che partecipa e che cerca di sanare la sofferenza altrui. Mentre, sotto l’aspetto evangelico, la mente non può che andare alla parabola detta del “Buon samaritano” (Lc 10, 25-37), icona di Gesù che addossandosi le nostre infermità e riscattandoci dal peccato e dalla morte, è sicuramente l’Uomo più vicino al debole, al sofferente. Cristo, “medicus” delle anime e dei corpi.

Dietro alla parola “infermità” possono però nascondersi diversi significati e “sensi”: la sofferenza di chi è infermo - termine che ha origine nel latino, infirmus, firmus, ossia “fermo” - è vasta, profonda. Partiamo dalla sofferenza più evidente, quella del corpo: un uomo può essere infermo perché ha problemi di salute; questi possono essere vari, come ad esempio un’infermità a una gamba, a un piede, oppure è infermo perché la sua malattia non gli permette di muoversi: è “fermo” a casa o in ospedale. Viene limitato nel suo movimento, magari costretto a essere “inchiodato” - così come Cristo alla Croce - in un letto. L’Opera di misericordia ci invita a visitare quest’uomo; di andare da lui per guardarlo, toccarlo, donare qualche parola di speranza e pregare per lui. Fin qui, l’infermità più evidente. Ma poi, c’è anche altro.

E così si ritorna al termine principale: infermità, ossia essere fermo. C’è chi nella vita di tutti i giorni non riesce ad andare avanti, a camminare insieme agli altri. O meglio, a camminare in quello che può essere definito “sentiero della vita”. Sono gli infermi dell’anima. Non c’entra nulla, in questo caso, il corpo. Paralisi del cuore e dell’anima: non si procede avanti e si vive in una sorta di limbo. Privazione dell’azione che rende immobile il cuore. Eppure questo organo anatomico del corpo è stato creato per muoversi, per viaggiare, per sperare, per donare amore. Non è poi così difficile comprendere chi si possa trovare in simile situazione: sono gli sguardi a parlare per loro. “Visitare gli infermi”, in questo caso, vorrà dire semplicemente accorgersi della sofferenza vicina e cercare di andare verso donne e uomini ormai piegati e piagati dalla sfiducia nella vita. Come “visitarli”? Recando loro parole di speranza; quelle stesse parole che Cristo ci ha insegnato.

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