fede

Paolo VI, un papa francescano

Francesco Bastianini

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C’è un legame profondo tra Papa Montini, Paolo VI (del quale oggi ricorre la memoria liturgica) e San Francesco d’Assisi. Un legame che comincia da lontano: da quando Montini, impegnato nella vita culturale della FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana), viene invitato a scrivere - era il 1923 - una recensione per un libro di G. K. Chesterton, l’autore della fortunata serie “Padre Brown”. Il libro in questione aveva come titolo “San Francesco d'Assisi”, una biografia, una lettura del famoso scrittore del famoso autore inglese. Il ritratto del Poverello che scaturisce fuori dalla penna di Montini è davvero affascinante e colpisce per la sua modernità, profondità: “San Francesco è un poeta, non solo nel senso che sente e canta la poesia, ma soprattutto che vive poeticamente. La poesia è espressione immediata dell’intuizione del reale, a differenza della prosa che è discorsiva e analitica. S. Francesco è quindi un amante, nel vero senso, nel più alto senso della parola. Donde la temeraria immediatezza nel dare, nel fare, nel fidarsi, nel mettersi nelle condizioni più assurde: donde quella sua celerità impetuosa che sembra non avergli mai concesso di separare un pensiero dalla sua pronta esecuzione; quella coerenza completa fino alla riproduzione letterale ed integrale del principio con cui sostanziava ogni suo gesto, ogni suo atto. Donde ancora la sfida a tutte le compassate e opprimenti leggi del senso comune, e la creazione continua d’un’originalità individualissima, che sembra ed è follia”. Montini trova in San Francesco d’Assisi una coesione tra pensiero e atto, tra concetto-idea (che in San Francesco assume la veste di poesia, addirittura) che si tramuta (e deve tramutarsi per ogni cristiano) in azione. Le pagine scritte dall’allora guida spirituale della Fuci vanno al cuore dell’anima di San Francesco: sono intense e al contempo leggere. Così come è stato, appunto, il Poverello di Assisi.

Un amore, un’attenzione che non perderà vigore durante tutto il suo pontificato. Anzi si accrescerà, diventando azione di magistero. E’ il caso dell’ “Epistola di sua santità Paolo VI al reverendo padre Costantino Koser, vicario generale dell’Ordine dei Frati minori, nel volgere del 750° anno dalla indulgenza della Porziuncola, concessa a san Francesco da papa Onorio III”. Anche in questo caso, Papa Paolo VI, non risparmia parole nuove - le pagine dell’Epistola sono datate 14 Luglio 1966 - per descrivere un atto così antico come quello del Perdono di Assisi: “Quella meravigliosa carità, per la quale fu spinto a chiedere l’indulgenza della Porziuncola per tutti i fedeli (è) nata dal desiderio di condividere con altri la dolcezza d’animo, di cui egli stesso aveva fatto esperienza dopo aver chiesto perdono a Dio dei peccati commessi”. Ma, ancora più avanti, pronuncia parole che respirano di una modernità sconcertante: “Dunque ripetiamo quelle parole che recentemente abbiamo pronunciato con sollicitudine in un atto pastorale: “Ci è lecito accedere al regno di Cristo soltanto per metànoia, cioè il cambiamento profondo di tutto l’essere, per mezzo della quale l’essere umano stesso pensa, giudica e inizia a mettere in ordine la propria vita colpito da quella santità e da quella carità di Dio che sono state manifestate in maniera miracolosa nel Figlio e sono state pienamente offerte a noi”. (…)L’indulgenza non è dunque una via più facile con la quale possiamo evitare la necessaria penitenza dei peccati, ma essa è piuttosto un sostegno che i singoli fedeli, con umiltà, per nulla inconsapevoli della propria debolezza, trovano nel mistico Corpo di Cristo, che tutto si affatica per la loro conversione con la carità, con l’esempio, e con le preghiere”. Da sottolineare l’uso dei termini “cambiamento profondo di tutto l’essere”. E’ proprio ciò che il giovane Francesco, figlio di Pietro di Bernardone e Donna Pica Bourlemont, aveva fatto: cambiare il proprio animo volgendolo alle “cose” del Cielo, a Dio, ai fratelli.

E sarà sempre Paolo VI a firmare - con data 24 giugno 1978 - la Lettera apostolica “Seraphicus Patriarcha”, con la quale promulgava la nuova Regola dell’Ordine Francescano Secolare. L’importanza di questo documento è chiara: con questa lettera si apriva una nuova stagione per il francescanesimo secolare, da vivere alla luce dell’esperienza post- conciliare. La nuova Regola - dopo il “Memoriale propositi” (del 1221) e dopo le Regole approvate dai Pontefici Nicolò IV e Leone XIII - adattò l’Ordine Francescano Secolare alle nuove esigenze ed attese della Chiesa che il Concilio Vaticano II aveva delineato. Ma già sette anni prima, il 19 maggio del 1971, si era rivolto ai terziari francescani, riuniti nella basilica di San Pietro, in un pellegrinaggio internazionale: “Tocca ai cristiani, tocca a voi, Terziari, fare l’apologia vera e vissuta della povertà evangelica, ch’è affermazione del primato dell’amor di Dio e del prossimo, ch’è espressione di libertà e di umiltà, che è stile gentile di semplicità di vita”.

Papa Paolo VI fa visita alla tomba di Francesco. Era il 4 ottobre 1958. In quella occasione conia una preghiera. A distanza di anni, quella preghiera, ancora risuona forte, proprio a vigilia del prossimo 4 ottobre che ci apprestiamo a vivere: “Francesco, aiutaci a purificare i beni economici dal loro triste potere di perdere Dio, di perdere le nostre anime, di perdere la carità dei nostri concittadini. Vedi, Francesco, noi non possiamo straniarci dalla vita economica, è la fonte del nostro pane e di quello altrui; è la vocazione del nostro popolo, che sale alla conquista dei beni della terra, che sono opere di Dio; è la legge fatale del nostro mondo e della nostra storia. È possibile, Francesco, maneggiare i beni di questo mondo, senza restarne prigionieri e vittime? È possibile conciliare la nostra ansia di vita economica, senza perdere la vita dello spirito e l'amore? È possibile una qualche amicizia con Madonna Economia e Madonna Povertà?”. Anche in questo caso, Montini profeta. Profeta di quella che oggi viene chiamata “The Economy of Francesco”.

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