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Il viaggio umanitario di Matteo Garrone

Andrea Cova

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"Io Capitano", film italiano candidato agli Oscar per il miglior film straniero, ci introduce a una storia profondamente toccante che si svolge tra le terre del Senegal e il desiderio di sfiorare l'Europa con un'ala di libertà. I protagonisti, Seydou e Moussa, sono giovani africani che decidono di affrontare un viaggio per inseguire i loro sogni.

Il regista Matteo Garrone, intervistato lo scorso 10 ottobre in occasione della proiezione al Sacro Convento di San Francesco, offre uno sguardo profondo sulla genesi del film. È interessante che a microfoni spenti egli stesso ha rivelato che non sa esattamente quando abbia iniziato a girare questa pellicola, suggerendo che il progetto si sia sviluppato in modo organico, spinto dalla forza del messaggio che voleva condividere. Questa spontaneità nella creazione cinematografica è un segno dell'urgenza di raccontare questa storia. Il regista spiega inoltre che la pellicola va oltre la crisi umanitaria, esplorando le storie individuali dei migranti. Ciò significa condividere con il pubblico non solo le prove drammatiche del viaggio, ma anche i momenti di quotidianità.

"Io Capitano" trascende le barriere geografiche e culturali, illuminando un messaggio universale. La lotta per una vita migliore, il desiderio di libertà e dignità, sono aspirazioni condivise da giovani di tutto il mondo. Questo film, quindi, ci porta a riflettere non solo sulla situazione dei migranti, ma sulla natura comune dei sogni e delle speranze dell'umanità. In un'epoca in cui la violenza e l'orrore sembrano dominare i titoli dei giornali e le immagini sui media, "Io Capitano" solleva una domanda essenziale: siamo ancora capaci di essere veramente umani?

Questa è l’intervista a Matteo Garrone pubblicata nel numero di novembre 2023 della rivista.

Matteo, quale significato aggiunge al film presentarlo e parlarne al Sacro Convento di San Francesco ad Assisi?
Il tema centrale del film è il racconto di due ragazzi che lottano e combattono contro un sistema ingiusto, per inseguire un sogno, un ideale, una libertà. La possibilità di realizzarsi. Durante questo viaggio subiscono prove atroci. Vengono rinchiusi e torturati, ma non perdono mai la loro umanità, la loro carica vitale, la fede in quell’ideale che hanno deciso di inseguire. Qui mi ricollego a san Francesco, colui che nella vita ha superato tante difficoltà senza mai perdere il suo obiettivo e la sua umanità. C’è un legame profondo tra il film e il Santo. Il protagonista della pellicola ha una grande spiritualità e riesce a trasmettere al pubblico tutta la sua purezza e autenticità. Proiettare il film in questo luogo, che per eccellenza rappresenta il donare e aprirsi agli altri, è emozionante e meraviglioso.

Un film molto ancorato all’attualità, ma che offre un differente punto di vista.
Sicuramente è legato ad un tema che è di attualità da tanti anni e lo sarà per molti altri, purtroppo. Ma ho deciso di offrire il controcampo delle immagini che quotidianamente si vedono nei telegiornali: barconi che approdano sulle coste, che a volte vengono soccorsi ma altre no, con la rituale conta dei vivi e dei morti. Tutto questo è visto dalla nostra angolazione. Il film invece cerca di dare forma visiva alla parte di viaggio che non si vede. Magari la si conosce, sappiamo che si muore nel deserto e che ci sono i campi di detenzione in Libia. Però non si vede. Ciò che ci ha spinto a raccontare questa storia è di dare voce a chi di solito non ne ha e raccontare questa storia dal loro punto di vista. L'obiettivo è di far vivere a chi vedrà il film l'esperienza del viaggio che devono affrontare.

Quanto è importante far conoscere questo punto di vista diverso dal solito che abbiamo?
Credo che aiuti a riflettere sul fatto che dietro i numeri ci sono delle persone, delle famiglie e dei desideri. Col tempo e l’assuefazione delle immagini ci si dimentica di questo. Il cinema ha, grazie al racconto per immagini, la possibilità e il potere di far vivere emozioni al pubblico, facendolo entrare in empatia con i protagonisti, che si emoziona per ciò che è legato al racconto, al linguaggio e all'espressione.

Come è stato conoscere e lavorare, fianco a fianco, con persone che hanno subito tutto ciò?
Posso dire che questi ragazzi sono portatori di un’epica contemporanea, perché hanno compiuto una vera e propria odissea. Le loro storie mi hanno colpito e sorpreso. Ascoltare i loro racconti ha facilitato il cambio di prospettiva. Non mi riferisco solo alle violenze subite o alle difficoltà del viaggio, ma anche episodi di vita quotidiana, che sono magari storie più semplici ma stai comunque dal loro punto di vista. Alcuni ragazzi hanno nascosto ai genitori la volontà di partire. I protagonisti del film sono due cugini, di cui uno inizialmente ha paura di partire e, per alcune volte, non si presenta all’appuntamento. Tutta questa quotidianità si inserisce poi nel racconto epico.

Cosa ti porti dentro di questo film?
Con questi ragazzi abbiamo condiviso un periodo piuttosto lungo. Ho trascorso più di tre mesi con persone che hanno vissuto realmente queste terribili esperienze. Più passavano i giorni più ci conoscevamo meglio e ciò che mi rimane è la loro straordinaria generosità. Si sono fidati di me ed io, in qualche maniera, ho cercato di fare del mio meglio per restituire al racconto questa loro straordinaria voglia di vivere e di combattere contro un sistema ingiusto, che gli preclude la possibilità di potersi muovere liberamente. Il film non parla solo di persone che cercano la salvezza a causa dei cambiamenti climatici o di guerre. Si tratta di giovani che, pur vivendo in una povertà estrema, sentono la spinta di voler conoscere il mondo, viaggiare alla ricerca di opportunità migliori. Desiderano entrare in un modo “più luccicante”. Non dobbiamo dimenticare che da dove provengono i ragazzi del film, la globalizzazione è forte come da noi: hanno accesso ai social e vedono costantemente il nostro mondo che gli fa delle promesse, ma che raramente poi mantiene. Sono giovani, è legittimo che scelgano di lottare per inseguire un sogno. Proprio come i ragazzi che si trovano da quest’altra parte del mondo.

Torniamo sul concetto di umanità. Siamo ancora capaci di essere umani?
Il film racconta anche fin dove può arrivare la violenza, l’orrore ma anche la fede e la capacità di trovare nei momenti peggiori la solidarietà umana.


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